La Bayadère all’Opera di Roma
La Bayadère all’Opera di Roma, l’epopea Indiana con Benjamin Pech tradizione e necessità contemporanea.
– di Carla Francini –
La Bayadère torna in scena al Teatro dell’Opera di Roma (3-8 febbraio 2026), un grande classico del balletto con la coreografia firmata da Benjamin Pech — nata per il Costanzi nel 2023.
La Bayadère sotto il segno di una grande eredità artistica, quella di Rudolf Nureyev al Palais Garnier. Sul palcoscenico del Palais Garnier Nureyev si rivelò al pubblico occidentale nel 1961, e sullo stesso palcoscenico il coreografo salutò il pubblico per l’ultima volta nel 1992, con la sua versione de La Bayadère, dalla versione di Marius Petipa.
La Bayadère nasce nel 1877 dalla fantasia di Marius Petipa e dalla musica di Ludwig Minkus, ciò che continua a renderla viva non è l’esotismo è la sua struttura di memoria emotiva: il passato che ritorna, il desiderio che non trova pace, l’amore che sopravvive solo nello spazio del sogno, quando non è vivificato in una reale scelta.
Il balletto racconta la storia del dramma d’amore tra il guerriero Solor e la bayadère Nikiya, una danzatrice sacra del tempio. Petipa attinse da una fonte molto lontana, il tema letterario del dramma di Kalidasa, Il ritrovamento di Sakundala già noto in Europa alla fine del 1700 grazie al successo di temi orientali, esotici dove la natura con la sua forza misteriosa affascinava lettori e pubblico. Anche se la trama si distacca dalla trama dell’epopea originale.
Eleonora Abbagnato ha proposto a Pech di pensare a un secondo lavoro coreografico, dopo Il Lago dei Cigni, e “l’idea di rileggere La Bayadère …arrivata naturalmente, è diventata una necessità”, sottolinea Pech, ed è questo, inoltre, un modo di portare in scena a Roma “con Eleonora Abbagnato […] le cose che ci hanno fatto crescere”.
Pech, étoile dell’Opéra di Parigi cresciuto artisticamente osservando da vicino la versione di Rudolf Nureyev, ha detto più volte che il progetto di Bayadère non è stato una scelta di opportunità, ma una necessità personale e artistica: “Conoscere questi balletti… è importante per sapere da dove veniamo e capire dove andiamo. Riadattarli al mondo di oggi è un modo di tenerli vivi, perché devono continuare a esistere”.
Il coreografo parla di una continuità: non di strappare, ma di dialogare con la memoria corporea di chi danza e di chi guarda. È un gesto di rispetto verso il passato — in particolare verso l’esperienza di Nureyev e dei grandi interpreti di Bayadère — ma anche un atto di fiducia verso il presente culturale del balletto.
Pech ha definito La Bayadère “una epopea”, per la durata e la sontuosità dello spettacolo, e per la complessità della sua realizzazione. La produzione infatti coinvolge le étoile e i primi danzatori, gli allievi della Scuola di Danza e tutti i professionisti dietro le quinte, che sono messi alla prova dai numerosi cambi di scena e dall’impegno richiesto per dar vita a un universo scenico tanto ricco quanto delicato e nell’atto finale Pech omaggia rendendo visibili al pubblico in silhouette controluce queste persone “ombre” (1) . Questa dimensione collettiva — spesso invisibile allo spettatore — diventa così parte integrante del significato dello spettacolo: Bayadère non solo un mito da osservare, ma un’esperienza condivisa, un paesaggio da attraversare con consapevolezza. Riproporre questo balletto significa interrogarsi su chi siamo oggi, come leggiamo il desiderio e la perdita, e come la danza — nell’incessante movimento delle sue linee — abbia sempre molto da dirci.

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